Lo stress dell’espatrio è più di una semplice nostalgia e spesso è proprio il corpo a farsi portavoce del malessere.
Cos’è lo shock culturale di chi vive all’estero
Ti sei trasferita all’estero e sembra che tutto vada per il meglio. Magari ti sei già sistemata in un quartiere che ti piace, hai trovato lavoro e un ritmo di vita che ti fa stare bene, eppure senti che manca ancora qualcosa e non sei pienamente soddisfatta. Potresti dormire male e soffrire di insonnia, sentirti sempre stanca e nervosa, ma non riesci a capire quale sia il motivo.
Quello che stai vivendo attraverso il tuo corpo è in realtà una sensazione di disorientamento specifica: un vero e proprio shock culturale. Tuttavia, quando i sintomi e le difficoltà iniziano a diventare più importanti, si parla di una condizione clinica specifica: la sindrome di Ulisse, descritta dallo psichiatra spagnolo Joseba Achotegui nel 2002. Va precisato, tuttavia, che il quadro si riferisce a situazioni particolarmente estreme, ma è interessante parlarne perchè alcuni aspetti li ritrovo nelle storie degli expat che seguo nei miei percorsi di terapia online.
In questo articolo capiremo cosa succede nelle fasi di adattamento al nuovo Paese, quali sono i segnali a cui prestare attenzione e perchè alcuni sintomi non passano da soli, ma richiederebbero un supporto terapeutico mirato con l’EMDR.

Le 4 fasi dello shock culturale
Quando ci si trasferisce si viene catapultati in una nuova dimensione in cui lingua, cultura, valori morali, atteggiamenti e aspettative sociali sono completamente differenti. Potrebbe capitare di iniziare ad avvertire una forte quota di stress, associata a difficoltà a mangiare, riposare, senso di isolamento, mal di testa.
Il primo a parlarne fu l’antropologo Kalervo Oberg nel 1954, definendola una condizione di ansia associata alla perdita di ogni riferimento familiare e culturale. Oberg ha notato come ogni persona viva questo processo in modo diverso, ma ha identificato 4 fasi tipiche:
- Fase della luna di miele: è la fase più spensierata che si vive all’arrivo, in cui ci si concentra sullo scoprire i luoghi, le peculiarità e tutto quello che c’è di diverso.
- Fase di crisi: qui si inizia a prendere consapevolezza che ci sono differenze importanti con il Paese d’origine e questo potrrebbe generare sentimenti contrastanti. In questo periodo è probabile che la persona inizi a sperimentare sentimenti di ansia, angoscia e vissuti depressivi. La nostalgia di casa inizia a farsi sentire.
- Fase di adattamento: in questa fase, superato l’impatto emotivo, inizia la vera integrazione. Si fanno nuove conoscenze, si partecipa ad eventi locali, ci si inizia a sentire parte di qualcosa.
- Fase di assimilazione e accettazione: il Paese di destinazione inizia a diventare sempre più “casa”. Le differenze si notano, ma non sono più così traumatiche e si riesce a mantenere un equilibrio fra la propria storia, le proprie radici culturali e la nuova vita da expat.
Sebbene non tutte le persone vivano queste fasi con la stessa intensità o nello stesso momento, prima o poi tutti le sperimentano. La differenza più importante è nel modo in cui la fase di crisi viene attraversata, perché la cronicizzazione di alcuni sintomi e la difficoltà nel riuscire a fronteggiare l’evento, favoriscono il malessere psicologico e ritengono necessario un intervento terapeutico.
La differenza fra nostalgia di casa e stress cronico
Le emozioni negative, come la tristezza, la malinconia o la nostalgia sono del tutto fisiologiche e fanno parte della quotidianità. Sentirsi tristi dopo aver fatto una videochiamata in famiglia o vivere la mancanza dei propri amici, non determinano un disagio psicologico di per sè. Quando il malessere diventa parte integrante della giornata e si fa fatica a mantenere alta la concentrazione sui propri impegni, il corpo inizia ad accumulare una quantità di stress importante. Questo favorisce la comparsa di sintomi psicosomatici come cefalea, dolori muscolari, dermatiti, ma anche disturbi d’ansia o attacchi di panico, tutti indicatori di una condizione molto più delicata.
Spesso sono proprio i sintomi a portare le persone a chiedere un percorso di terapia. Associare i sintomi alla difficoltà di vivere all’estero è un passsaggio successivo, perchè non sempre si è consapevoli di quanto alcune tensioni possano incidere sul benessere psicologico.
Il peso della storia familiare
Un aspetto che emerge spesso nelle storie degli expat che decidono di fare un percorso con me è il peso della propria storia familiare. In realtà non è tanto il trasferimento all’estero che causa il sintomo. La lontananza attiva solo una serie di problematiche che esistevano da tempo e che sono rimaste sempre in sordina. Conflitti irrisolti con i propri genitori, difficoltà a dire di no e a mettere dei confini, sono alcune delle situazioni più comuni.
Spesso chi si trasferisce porta con sè la fantasia magica che la lontananza fisica possa risolvere i problemi. In realtà poi avviene tutto il contrario: quello che non è stato mai lavorato e affrontato in precedenza, esplode con più forza a migliaia di km di distanza.
Come l’EMDR aiuta a lavorare su queste difficoltà
L’EMDR, al contrario della classica terapia verbale, consente di rielaborare eventi negativi e traumatici, utilizzando anche il corpo che conserva memoria di tutto. Questo aiuta di pari passo a ridurre sintomi e pensieri intrusivi, portando il paziente a sperimentare sempre più fiducia nelle proprie risorse e una piacevole sensazione di libertà e leggerezza nel corpo. Uno studio di Yunitri et al. del 2020 (DOI 10.1016/j.jpsychires.2020.01.005) ha sottolineato l’efficacia dell’EMDR nel ridurre i sintomi di ansia, attacchi di panico, fobie e sintomi comportamentali e somatici, problematiche spesso associate allo shock culturale.
Domande frequenti
La sindrome di Ulisse è una malattia mentale? No, è una condizione legata allo stress dell’adattamento.
Compare anche se ho scelto serenamente di trasferirmi? Sì, in ogni caso ogni trasferimento comporta con sè un carico emotivo, indipendentemente dai motivi che ci sono alla base.
Serve per forza la psicoterapia o passa con il tempo? Quando i sintomi tendono a persistere e si fa fatica a vivere la quotidianità dopo diverse settimane, è sempre meglio richiedere un colloquio ad un terapeuta.
L’EMDR online funziona come quello in presenza? Assolutamente sì. L’EMDR Online favorisce gli stessi benefici di una terapia in presenza.
Se ti riconosci in questi segnali, puoi valutare di intraprendere un percorso di terapia online. Con l’EMDR lavoreremo sui sintomi e sulle tue difficoltà. Il setting online è la soluzione ideale per chi vive all’estero e vuole un supporto in madrelingua italiana. Fisseremo una call conoscitiva gratuita in cui ci conosceremo e valuteremo come lavorare insieme.
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Dott.ssa Alessia Fistola, Psicologa e Psicoterapeuta, iscritta all’Ordine degli Psicologi Abruzzo N°2096. Lavoro esclusivamente online, con pazienti in tutta Italia e all’estero, con un approccio che integra la psicoterapia sistemico-relazionale con l’EMDR.